Credo sia giunto il tempo di ordinare un po’ le cose, sistemare le idee, fare chiarezza.
Sono così tanti, in realtà, i pensiero che mi si affacciano alla mente in questo momento, che temo di non riuscire nemmeno a metterli in fila.
Oggi ho ricevuto una critica su “l’ultima profezia” (UP).
Pensavo di essere pronta, perché quando non hai niente in mano e sogni solo di vedere il tuo scritto pubblicato pensi sempre di essere pronto, tanto l’importante é che hai realizzato il sogno, hai toccato la stella e raggiunto la meta.
Invece, l’agghiacciante verità è che non lo sei. Non sei mai pronto a ricevere critiche e, per quanto tenti di prepararti, di aggiustare il giubbetto antiproiettile sul cuore, ti rendi conto che in realtà c’è sempre quell’invisibile laccio che non hai stretto bene e che ti rende vulnerabile.
Vorrei poter dire che la critica lanciata è ingiusta, ma so che non è così.
Ormai è giunto il tempo di affrontare un argomento che sapevo prima o poi si sarebbe ripresentato: l’argomento dei tagli, che mi attende nascosto nell’ombra come un insidioso nemico. Ho la spada in mano, ma mi fa paura lo stesso, e se durante le presentazioni sono riuscita ad affrontarlo col sorriso sulle labbra, qui sola davanti al mio pc mi è impossibile riuscire a rifarlo.
I tagli.
UP è incompleto, spezzato, diviso in due e nuovamente tagliato.
Oggi mi chiedo come posso essere arrivata a questo. Mi si dice che i personaggi sono troppi per stare in cento pagine. Vero. Mi si dice che gli eventi sono troppi e troppo rapidi. Vero anche questo. Chino il capo, con triste rassegnazione, e la domanda torna, più insidiosa e violenta, ed esplode con forza nella mia testa: “come hai potuto permetterlo?”
La verità è che per pubblicare devi scendere a compromessi. Le grandi case editrici difficilmente prendono in considerazione esordienti, e le piccole chiedono in cambio l’acquisto delle proprie opere o l’investimento in somme di denaro.
Ho ricevuto diverse proposte di pubblicazione e, alla fine, ho scelto quella ritenuta migliore, senza pensare che il compromesso, nel mio caso, sarebbero stati i tagli.
Non voglio puntare il dito contro qualcuno: l’errore è stato mio.
Il mio peccato d’orgoglio è stato pensare di riuscire a rendere bella e fattibile una storia in cento pagine. Oggi so che non si può far crollare e ricostruire un regno in cento pagine, ma ieri, nel 2005, speravo di riuscire a farlo.
“Il canto proibito” era un malloppo di 360 pagine, poi 320, poi 200 e poi 100.
Accettai di dividerlo in due per non doverlo tagliare ancora, per tenere più basso possibile il prezzo di copertina, e per tutta una serie di ragioni che mi sembravano sensate.
La prima parte, dal titolo “l’ultima profezia” sarebbe stata in cento pagine. In altre cento sarebbe stata la seconda, “il canto proibito”. Ci sono centosessanta pagine di taglio.
Quindi come poter non ammettere che i personaggi sono poco caratterizzati o gli eventi troppo veloci?
Ho ripreso in mano “il canto proibito”, ne ho riletto una parte e l’ho confrontato con UP. È un altro scritto, non c’è altro da dire. Non è lo stesso malloppo. È il riassunto della stessa storia, forse.
Ma è un libro che amo, nel quale ho messo me stessa, e nel quale ho cercato di imbrigliare l’essenza di quello che volevo scrivere. Mi dispiace solo di non essere riuscita a renderlo così trasparente.















